Quando brillano le foglie di betulla

Quando brillano le foglie di betulla
© Slava Lyu-fa

Irina e Anna erano sorelle, nate nella famiglia Vasiliev nel villaggio di Betyung, nella regione di Vilyuj, in Yakutia. Da bambina, Irina fu adottata dalla famiglia Prokopyev, che viveva nelle vicinanze e aveva perso diversi neonati. Un'anziana del luogo consigliò loro di accogliere un bambino proveniente da un altro lignaggio, nella speranza di preservare la propria discendenza. Da allora, le vite delle sorelle furono segnate da cognomi e nuclei familiari diversi: Irina divenne Irina Petrovna Prokopyeva, mentre Anna rimase Anna Dmitrievna Vasilieva.

All'inizio degli anni Sessanta, Irina si ammalò gravemente. Dopo mesi di ospedale, chiese al padre adottivo di condurla da Nikon Vasilyev, un guaritore tradizionale jakuto. Poiché guaritori e sciamani erano perseguitati durante il regime sovietico, il viaggio dovette essere compiuto in segreto. Nikon la curò e le disse di tornare in estate, quando le foglie di betulla brillano – il momento in cui si ritiene che le piante curative raggiungano la loro massima potenza. Anni dopo, riconobbe in Irina una speciale vicinanza alla natura e le trasmise la sua conoscenza delle erbe medicinali.

Alla fine degli anni Novanta, Irina e Anna iniziarono a vivere insieme. Anna si prendeva cura delle mucche, mentre Irina gestiva la casa e continuava a studiare le piante. Raccolgevano il fieno, cucinavano, litigavano e condividevano la fragile forza della vita quotidiana. Il loro legame non era sentimentale: era pratico, ostinato, profondamente radicato nel luogo.

Dopo la morte di Anna nel 2017, Irina rimase sola. La sua famiglia pensò di trasferirla a Jakutsk, dove la vita sarebbe stata più facile e sicura. Ma Irina rifiutò. Scelse di restare a Betyung, vicino alla casa, alla foresta, alle erbe e al ricordo di sua sorella.

In questo lavoro, la luce non è soltanto una presenza visiva, ma una forma di memoria. Appare nelle foglie di betulla, nell'erba estiva, negli interni di una vecchia casa e nella silenziosa perseveranza di una donna che resta nel mondo che l'ha plasmata. Due secoli dopo che la fotografia ha trasformato la luce in immagine, questa serie guarda alla luce come a qualcosa che preserva: una vita, un legame, un luogo e un sapere che altrimenti potrebbe scomparire.

© Slava Lyu-fa
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Slava Lyu-fa è un fotografo documentarista originario della Repubblica di Sakha (Yakutia), nella Siberia nord-orientale. Nato nel 1989 nel villaggio di Ebyakh, nel distretto di Srednekolymsk, cresce in una delle regioni più estreme e remote del pianeta, dove il paesaggio, il clima e l'isolamento modellano profondamente lo sguardo e il rapporto con il mondo. Oggi vive e lavora a Yakutsk.

Il suo interesse per la fotografia nasce nel 2007, ma è a partire dal 2023, con l'ingresso alla School of Modern Photography Docdocdoc di San Pietroburgo, che la sua ricerca si struttura in un linguaggio maturo e consapevole, capace di intrecciare documentazione sociale e riflessione poetica.

Il suo lavoro è stato riconosciuto a livello internazionale: nel 2024 vince il LensCulture Portrait Awards e ottiene una menzione d'onore alla World Biennial of Student Photography. È stato selezionato per il Kolga Tbilisi Photo, il KAAF Photo Contest e il Polar Bear Family Photography Award. Nel 2025 espone al LensCulture Photo London alla Somerset House, alla Biennale di Novi Sad e al Tbilisi Factory, in Georgia.

Tra i suoi progetti più significativi si segnala la personale City of Dogs (Yakutsk, 2017), primo atto di un percorso che indaga il legame tra esseri umani, animali e territori estremi. Il suo sguardo, attento e partecipe, si posa sulle periferie esistenziali e geografiche della sua terra, raccontando storie di sopravvivenza, memoria e appartenenza.

Slava Lyu-fa guarda alla fotografia come a uno strumento di ascolto: un modo per restituire dignità e voce a chi vive ai margini, nei silenzi del mondo.